De Kerckhove: “Siamo tutti cyborg”

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Come cambia la comunicazione nel Ventunesimo secolo e il rapporto tra il cervello umano e le nuove tecnologie nell’era di Internet? Ne ha parlato a Trieste uno dei più famosi teorici della comunicazione attraverso la rete, Derrick de Kerckhove, presente in città per partecipare a Fest.
De Kerckhove è il direttore del Programma McLuhan dell’Università di Toronto, che studia la comprensione di come le tecnologie influenzano la società.
Quale sarà, secondo lei, la tecnologia che più influenzerà il prossimo futuro?
«Il futuro passa verso il quantum e va verso la prossima fase dell’organizzazione della conoscenza. Il quantum, ovvero il computer, è quello che analizza adesso insieme tutte le situazioni con tutte le possibilità invece di una dopo l’altra, come succedeva prima nelle prime due fasi della società che hanno come protagonista l’elettricità. La prima fase offriva l’immagine di una tappa “muscolare” ed analogica perché dava luce, calore ed energia. Poi, quando abbiamo cominciato a parlare del telegrafo, siamo passati subito alla fase digitale dell’informazione, ovvero alla fase cognitiva. La terza fase – nella quale ci troviamo adesso – è quella pratica mentale e del telefonino e riguarda la comunicazione e l’uso delle parole».
Questo vuol dire che diventeremo tutti cyborg?
«Lo siamo già, dal momento che abbiamo il telefono. Non abbiamo bisogno di altro. Siamo tutti reperibili e targati. Gran parte delle cose che indossiamo per esempio o portiamo nella borsa sono oggetti di studio di qualche sistema. Quindi se dovessimo fare un identikit della persona che utilizza questa nuova tecnologia… Dovremo tener conto di varie caratteristiche: la connetività (poichè siamo più connessi che mai), l’ipertestualità (perché in genere la ricerca di quello che ci serve in un particolare momento si ferma nel momento in cui lo troviamo) ed infine l’interattività che presuppone un’interazione con un sistema che si presta alla domanda. Sono tre modi di essere del mondo di adesso».
Anche nel Sud del mondo, nonostante il “digital divide” con il Nord?
«Nel “digital divide” ci credo poco. Non è che questo darà ai pochi tutto ed al resto poco. Non funziona cosi poichè condividiamo molte cose, nel bene e nel male. Basta fare l’esempio dell’ambiente e degli effetti nocivi della produzione. Ci credo invece in un divide generale, partendo da quello economico. Nello stesso tempo penso che il “Digital divide” potrebbe compensare i gap economici. Basta pensare che in Sud Africa fanno uso della bicicletta per caricare la batteria del telefonino. Quindi, siamo veramente nell’epoca della hyper democratizzazione di questi strumenti però è impossibile prevedere i prossimi 5 anni perché il tutto è già successo in 3. La cosa stupenda è che le novità emergono da sole».
Col rischio di fare emergere anche fenomeni inaspettati e nocivi, come per esempio il terrorismo?
«Il terrorismo è l’effetto della rete, della televisione, del telefono. Insomma parliamo di una forma moderna di guerra e di risposta alla globalizzazione, di un fenomeno di implosione del mondo su se stesso. Si tratta della prima guerra mondiale civile, non nella terza mondiale visto che il terrorismo non si limita a zone come l’Iraq, ma lo troviamo ovunque».
Sarebbe meglio imporre delle regole per combattere fenomeni simili?
«In questo contesto non penso che la regola aiuti molto. Forse in altri casi. Il terrorismo però è un po’ come una droga e quindi non si può eliminare all’improvviso. È come una malattia che la società assorbirà prima o poi puntando sul dialogo, sulla comunicazione dei suoi membri cosi come in un corpo malato la connetività tra varie cellule malate e sane aiutano il corpo a guarirsi. Il futuro è quindi questo, della comunicazione globale che creerà una comunità incosciente auto-organizzata». (Il Piccolo)

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