“Internet cambia l’informazione ma la carta non morirà mai”

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Manager? No, li definisce “i signori del declino”. E mette alla sbarra quella razza padrona (consulenti compresi, università comprese) che ha concorso a causare il crollo dell’Italia, un tempo quinta potenza industriale fra i Sette Grandi. Il crack Parmalat, l’Alitalia che non c’è più o quasi, le ferrovie al collasso, la Telecom in fuga da Milano verso States e Brasile. Se tanto mi dà tanto capirete il perché di questo realismo pessimista.
Analisi severa per un’Italia retta da una classe imprenditoriale «vecchia e incapace di interpretare il mercato, di competere con efficacia, tutelare azionisti e clienti». E la Sardegna? «Quasi inevitabilmente, la Sardegna che vorremmo evoca sempre su connottu, il passato – vero o immaginato. Si discute sempre di conservazione: si conservano le coste (magari), il dialetto, le musiche, si conservano la biodiversità, i costumi, le feste. Tutto giusto. Ma il valore del passato va trasformato in progetto per il futuro». In che modo? «Ci vuole una capacità di visione concreta che la piccola politica, il mediocre intellettualismo, una gioventù impaurita dal futuro non può avere da sola».
Va al dettaglio: «Al termine del periodo di ferie, credo che per un sardo, o per chi frequenta l’Isola da affezionato e rispettoso ospite, sorge un senso di sfiancata rassegnazione: anche per quest’anno la Sardegna è sopravvissuta alle “ferie”. Ma fino a quando durerà?». Ecco un esempio che chiunque tocca con mano viaggiando da Teulada a Santa Teresa di Gallura. «Legge salvacoste? Continuo a vedere cantieri e gru, mattoni e betoniere, devastazione. Riempiono valli, sbancano colline. Mi chiedo: qualcuno ha fatto una visita intellettualmente onesta a Porto San Paolo, Monte Petrosu, Costa Rei, dove le case vecchie si affollano e si soffocano con le nuove, dove dilagano giù dalle colline, dove decapitano le montagne, dove inquinano e offendono la natura? Questo è sviluppo?».
Sono le requisitorie-verità di un osservatore senza feluca e con dna geneticamente nuragico, sulla scrivania i tre volumi del dizionario sardo del Wagner, il vocabolario italiano-gallurese. È proprietario di vigneto e oliveto a Monte Lughènte, davanti alla chiesa della Madonna di Castro con vista sul lago del Coghinas. È un signore riservato che di nome e cognome fa Mario Rosso, ha 60 anni, nato a Roma nel novembre del 1947 da papà di Berchidda (Andrea, sottufficiale della Finanza, caserma Macao) e da mamma di Oschiri (Francesca Lambroni, insegnante di matematica). Ha due figlie, Maria Laura e Maria Cristina, nate a Torino. La moglie? Di Oschiri, Gavina Coro. Il matrimonio? Celebrato nel gioiello romanico bianconero di Saccargia. Le vacanze? Sempre sotto il Limbara o tra le dune dorate di Scivu e Piscinas.

Mario Rosso era in Gallura due settimane fa in compagnia del cognato Quinto Musu di Villanova Truschedu. Insieme hanno controllato i filari ben allineati di vermentino e semidano e l’avvio della fioritura delle piante di rotonda bosana («che dà un olio di alto pregio»). Vita bucolica solo per svago. Quella professionale è intensamente vissuta nel mondo della Communication technology. Perché Mario Rosso, Cincinnato sardo-romano nel tempo libero, è soprattutto Mister News. È l’amministratore delegato e direttore generale dell’Ansa, cioè della principale agenzia italiana di informazione, 62 anni di attività (la prima notizia diramata è del 15 gennaio 1945), seicento giornalisti, duemila notizie al giorno in cinque lingue, trecento foto, quattromila clienti che in tutto il mondo – archiviate le telescriventi della preistoria – viaggiano tra fibre ottiche, satelliti, internet e telefoni cellulari. E poi trenta milioni di pagine viste sul sito, tre milioni di clienti serviti da Sms, 40mila notizie sfornate da 22 uffici regionali (Isola compresa). Ultima creatura griffata Rosso è AnsaMed, debutto davanti al Golfo degli Angeli, notiziario intermediterraneo di 150 notizie e servizi al giorno in lingua italiana, inglese e araba. Dice: «È il Mediterraneo una delle grandi occasioni per la Sardegna di domani, ma occorre lavorarci da oggi come mi sembra stia finalmente facendo la Regione».

Globetrotter come da tradizione familiare. Papà Andrea, casa padronale a Berchidda, rione Sant’Àlvara, con vista su Chiaramonti, si arruola nella Guardia di finanza e gira per l’Italia. A Roma conosce la moglie studentessa universitaria, matrimonio in una chiesa nella zona di Porta Pia. Dal Lazio al Piemonte, sempre con la divisa delle Fiamme Gialle. Anche Mario lascia la Capitale e si laurea in Filosofia teoretica a Torino discutendo la tesi su un pensatore tedesco, Edmund Rhussel, maestro di Martin Heidegger e Jean Paul Sartre. Il primo lavoro alla Fiat, scrivania alla direzione del personale e poi all’organizzazione di gruppo. Cominciano le tappe di una carriera in crescendo. Da Torino si trasferisce in Pennsylvania, a Pittsburg, lavora in un’industria che ha la sua sede in un grattacielo finto-gotico e produce vetri e vernici per l’edilizia americana. Torna in Italia e diventa capo del personale di Fiat Componenti, poi stesso incarico alla Rinascente. «Ma ogni estate vacanze sarde, all’oliveto di Oschiri almeno una volta al mese, negli intervalli fra Brasile e Australia». Nel 1992 – per sette anni filati – fa parte del vertice di New Holland, la società di trattori e macchine di movimento terra nata dalla fusione di Fiat Trattori e Ford. Rosso sale ancora nella scala gerarchica. Filosofo di formazione è ormai sociologo dei gruppi. È responsabile prima delle risorse umane Fiat, quindi della pianificazione strategica del gruppo torinese in Europa, Cina, India e Messico, ventimila leghe annuali sopra i cieli. Dal ’99 al 2001 dirige le risorse umane di Telecom Italia. Passa a Tiscali, ne diventa il vicepresidente, porta accanto a Renato Soru, dal dicembre 2002 responsabile delle divisioni Access&Applications, Tiscali Business and Media, Finance Administration&Control. Il passaggio alla comunicazione vera e propria arriva il primo maggio 2003 («mi hanno chiamato al telefonino mentre ero nella mia vigna di Luna Lughènte») quando diventa direttore generale e amministratore delegato dell’Ansa. Ufficio a Roma, terzo piano di via della Dataria, il Quirinale a cento metri. Un lavoro “entusiasmante”. Avvia la trasformazione e modernizzazione dell’Agenzia, nascono Ansalive, Ansalive Primo Piano, l’Ansa Outdoor tv (televisione per ambienti pubblici per le imprese e la pubblica amministrazione), il portale Ansa.It, Ansaweb news, Multimedia news Browser, il Mida (Multimedia Information Distribued Access) con informazioni testuali e multimediali.
-The Economist e il New York Times hanno scritto che fra dieci anni non vedremo più un giornale su carta stampata.
«I quartetti d’archi non sono finiti di esistere nel Settecento. Continuiamo a utilizzare ancora oggi viole e violini anche se abbiamo i cd. Non riesco a pensare a un futuro senza rotative e senza giornali su carta. Ciò non vuol dire che la rivoluzione nei mass media è prossima ventura».
-Più precisamente?
«Nell’informazione il cambiamento è epocale. L’informazione di base è diventata una commodity, ci sono moltissime fonti più o meno certificate, ci stiamo abituando all’autoinformazione, si chiami blog o pagina web. Parlo dell’Ansa. Prima dovevamo tirar fuori la notizia ed era vangelo. Oggi i segugi delle news sono tanti. L’esigenza principale è avere informazione di qualità con tanto di accreditamento. È cambiato radicalmente anche il mestiere del giornalista. I lettori e le aziende lo esigono più critico, più maturo, non solo un collettore di notizie di nera, giudiziaria o di politica. Oggi il giornalista deve essere un analista, un percettore critico dell’informazione, deve saper valutare. Il tutto misurandosi con altri competitors che di notizie su Internet ne sfornano gratis quanto i giornalisti. Occorre una mentalità in cui la notizia testuale è correlata a quella visuale. Servono capacità, professionalità nuove».
-Parliamo di Italia, Paese che lei ha definito in declino.
«Lascio da parte la classe politica, la tv, il mondo bancario, l’ambiente, la scuola. Ne parliamo tutti i giorni. Ragiono di altri due temi, entrambi terribili: la strage, la macellazione dei nostri giovani, a numeri e orrori crescenti ogni fine settimana, sulle nostre strade. Non c’è Eschilo moderno che riesca a inchiodare la criminale pazzia di sistema che sta dietro a questo flagello. E poi, certo meno sanguinosa, la serie di episodi di malascuola, arroganze, provocazioni, violenze, bullismi, cafoni e fieri di sé, autocelebrantisi, di “allievi” – diciamo così – incontrollabili, forse ineducabili, certo incompatibili con le condizioni elementari di adempimento della funzione essenziale della Scuola».
-Quale riflessione lega questi due temi?
«Protagonisti sono sempre i giovani, da un lato vittime, dall’altro colpevoli. Sono gli stessi giovani? Gli sbruffoni tracotanti che aggrediscono gli ormai indifesi professori – spesso spalleggiati da genitori degni di loro – sono quelli che continuano a rischiare la vita ogni sabato sera, intronati da discoteche ed ecstasy, impermeabili a appelli di istituzioni, associazioni, psicologi, politici più o meno distratti. E magari gli stessi che vedono per se stessi, come massimo ideale, un futuro di calciatore o di velina. Non c’è forse una catena che lega tutti gli elementi? Come si fa a ridurre le stragi del sabato sera se non si modificano i comportamenti, se non si introduce il rispetto delle regole? Come si fa a fare questo se non si ricostituisce il senso della legalità e della responsabilità civile?».
-E il declino italiano?
«Il problema, in un certo senso, è manageriale. Tutto è colpa di altri, mai di noi stessi. Semplificando: le vendite di un prodotto calano, il commerciale sostiene che il prodotto è troppo costoso, quindi è un problema di produzione o di acquisti. Qui si sostiene che il problema è la progettazione. Che a sua volta sosterrà: il problema è del marketing. A questo punto possiamo fare intervenire le strategie oppure la ricerca&sviluppo, oppure, a chiudere il cerchio, di nuovo il commerciale. Questa catena di irresponsabilità logora. Perciò la quasi totalità delle fasi di avvitamento si conclude con un disastro o con un cruento atterraggio di fortuna. In Italia quasi tutti gli anelli della catena sono marci: non ce n’è uno su cui ricominciare a ricostruire il sistema di funzionamento. Non abbiamo voluto vedere il guasto. Ciò sta succedendo al mondo dei giovani: scuola, genitori, media, politica, la religione o la chiesa, tutti falliscono, in progressivo peggioramento in un rimando distruttivo di colpevolizzazione reciproca».
-Pessimismo a oltranza.
«Ciò che succede ai giovani si ripercuote nel sistema Paese. Bisogna accettare verità scomode e avere la forza e l’onestà intellettuale di riconoscere il livello di guasto e corrosione di ognuno degli anelli della catena. Il caso Fiat – che ebbi modo di indicare pochi anni fa come uno dei più drammaticamente istruttivi esempi di distruzione manageriale di valore – può essere oggi, con Sergio Marchionne, un caso di riferimento, se non ancora un modello di successo completo. Dopo tanti errori e tanto servilismo, sono arrivate le competenze».
-E in Sardegna?
«Per la Sardegna oggi occorrono competenze: non mi sembra che siano in eccesso. La politica sarda non accetta innovazioni, svolte vere, mi pare molto brezheneviana come quella italiana. Nei vertici internazionali dettano legge i trentenni-quarantenni. In Italia siamo ancora tra settantenni e ottantenni. Anche in Sardegna non c’è ricambio, detta legge lo status quo. Occorre reagire».
-La prossima visita a Monte Lughente?
«La settimana prossima. Tornerò da Quinto Musu che cura i filari di vite e di olivi con competenza. E con tecnologie moderne. Lui accetta su connottu ma guarda al futuro».
-Un segnale di ottimismo?
«La Sardegna ha una possibilità – forse unica in Europa – di essere un modello di nuova politica. Ma il cambiamento non può essere sostenuto – l’ho detto prima – da un intellettualismo mediocre che sostiene lo status quo. La possibilità di cambiare c‘è. Anche presto». (La Nuova Sardegna)

 

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