Giornalismo d’inchiesta contro tutte le mafie

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Il presidente della Commissione Antimafia chiede più servizio pubblico per illuminare l’inabissamento di Cosa Nostra
Intervista di Pino Finocchiaro
Media e mafia. I media italiani fanno abbastanza per far comprendere i fenomeni di mafia in Italia?
“Credo di no. Si accendono i riflettori solo dopo l’insanguinamento delle  strade. Il caso Napoli, piuttosto che il caso Locri. Nel mutismo delle armi  di cosa Nostra,
la Sicilia è scomparsa come grande tema nazionale. Invece,  credo che le mafie vadano inseguite, cercate, svelate sempre”.
L’inabissamento di Cosa Nostra, tema sollevato dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, è un dato concreto.
“E’ vero. Perché se noi ragionassimo in termini di emergenze, oggi non ci  sarebbe l’emergenza Cosa Nostra. Perché l’inabissamento, il mutismo delle  armi di Cosa Nostra non la rende visibile. Mentre nei fatti, Cosa Nostra, in  questa fase è una delle mafie che sta acquisendo maggiore potere, maggiore  capacità di accumulo di ricchezze, di capitali, e anche di tessitura di  rapporti con la politica e le istituzioni. Proprio perché il silenzio delle  armi non le accendono i riflettori addosso. In questo dobbiamo recuperare  anche una funzione d’inchiesta dell’informazione, una funzione di denuncia,  una funzione di svelamento della verità. Il racconto della realtà. Se uno  nella realtà, senza lenti critiche, non riesce a vedere oltre le pieghe  della superficie, non riesce a scovare la pervasività dei capitali e delle  ricchezze mafiose, tutto diventa più difficile”.Il giornalismo d’inchiesta ha pagato un alto prezzo in termini di vite umane.
“Sì abbiamo avuto nove giornalisti uccisi tra mafia e camorra. Penso che  dovremmo ricordarli con una relazione parlamentare della Commissione.  Abbiamo insediato un comitato permanente della commissione Antimafia per  lavorare  sulle vittime della mafia: giornalisti, operatori del mondo dell’informazione.  Perché di alcuni non abbiamo ancora le verità giudiziarie. Sarà bene avere  una verità storica, una verità parlamentare, una verità politica su alcune  morti. E’ un lavoro che vogliamo fare. Penso che può servire anche a  riaprire un dibattito sul rapporto tra politica e informazione, tra l’informazione  e l’inchiesta, tra la politica e l’inchiesta. Penso che anche la politica  dovrebbe recuperare una propria autonoma dimensione di inchiesta sociale.  Perché ha perso legame sociale. Perdendo questo legame la politica diventa  esercizio separato del potere. Basta vedere la vicenda calabrese. Si svela  quel degrado della politica dopo una trasmissione televisiva. Però quel  degrado della politica fa parte della quotidianità. Della crisi complessiva,  della politica, delle istituzioni e della democrazia in Calabria”. Questo giornalismo d’inchiesta ha anche dei costi. Per sostenerli dovrebbero scendere in campo i grandi media, i grandi quotidiani.
Intanto il servizio pubblico. C’è un problema di servizio pubblico  in questo Paese. I grandi media? Basta vedere lo spazio che alcuni giornali  hanno dedicato alla manifestazione di Polistena. Io stesso ho scritto una  lettera di protesta al quotidiano del mio partito, Liberazione, che è stata  pubblicata in prima pagina, per dire: non si tratta così un evento politico  e sociale come Polistena. Un evento che rappresenta un momento anche  significativo di riappropriazione del territorio. Comunque, un fatto  straordinario. Quarantamila persone,
la Piana di Gioia Tauro che non fanno  solo un corteo ma perdue giorni animano workshop, assemblee, incontri,  veglie di preghiera. Cioè un pezzo di costruzione di una comunità. Un  giornale non può sottovalutarlo. A vedere i servizi televisivi ti viene un  po’ di rabbia. Perché per parlare di mafia hai bisogno di strade  insanguinate?”.
Il servizio pubblico potrebbe fare di più.
“Certo  che potrebbe fare di più. Potrebbe e dovrebbe fare di più. Poi, c’è  il problema dell’informazione omologata. Trentamila persone nela Piana non  hanno sconfitto vallettopoli nella priorità nella gerarchia delle notizie.  Dovremmo fare di più anche noi giornalisti. Mi spoglio un attimo della veste  istituzionale, del ruolo di presidente della commissione parlamentare  antimafia. Dovremmo fare di più anche noi. Rirovare anche noi il gusto della  ricerca della notizia e non dell’inseguimento delle agenzie. Dobbiamo  riaprire una discussione sul nostro mestiere”.A Polistena, Libera ha rilanciato la proposta di un osservatorio permanente sui media  e la mafia.
“E’ fondamentale. Di questi tempi è fondamentale. Già avere un osservatorio  che dove c’è l’oscuramento accende degli squarci di luce, di verità, di  lavoro d’inchiesta.è un fatto straordinario. Lo dobbiamo fare. Non solo per  denunciare l’assenza del tema della mafia e delle mafie dai media. Ma per  contribuire a riproporre temi, fatti. soprattutto fatti. Perché il  giornalismo  deve riandare sempre ai fatti. Non solo cercare temi di  dibattito. Fatti rispetto ai quali l’oscuramento diventa una colpevole  responsabilità. Di omertà”.

La commissione Antimafia potrà dare una mano in questo senso?
“Spero che questo diventi un terreno di lavoro comune. Dentro e fuori. Tra  le istituzioni, la società civile e questo osservatorio. Attendo la nascita  di questo osservatorio. Poi vedremo che tipo di rapporto strutturare. Anche  guardando a quel comitato che dovrà occuparsi proprio di questo all’interno  della Commissione”. (Articolo 21)

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2 Risposte to “Giornalismo d’inchiesta contro tutte le mafie”

  1. Anastasio Says:

    Chuedo scusa, ma chi è l’autore di questa intervista e chi è l’intervistato?
    Non per altro mi piacerebbe interloquire (anche in privato eventualmente) per vedere se ci sono davvero le intenzioni, per fare quel giornalismo di cui sognamo l’esistenza, in un prossimo futuro!
    Cordialmente da Anastasio

  2. Anastasio Says:

    Ops. avevo letto troppo di fretta e non avevo visto Pino Finocchiaro!

    Chiedo venìa! saluti da Anastasio

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