Google, assunzioni a portata di mouse

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googlelogoScrivere il proprio curriculum vitae, approntare una lettera di presentazione, spedire il tutto e poi aspettare pazientemente che dall’ufficio del personale arrivi la chiamata per un colloquio, di gruppo o singolo. E poi, di nuovo, prepararsi per superare i test attitudinali, impressionare il selezionatore e strappare un contratto d’assunzione. Sono operazioni che per intere generazioni hanno rappresentato l’iter di ingresso nel mondo del lavoro e che forse sono destinate a diventare un reperto da archeologia industriale. La novità è stata lanciata da un’azienda della Silicon Valley, all’avanguardia nelle innovazioni tecnologiche da esportazione, che per selezionare il personale ha scelto di sostituire le tradizionali “chiacchierate” con una versione altamente tecnologica del questionario della visita di leva. Un sistema in grado di scremare le candidature, possibilmente in maniera obiettiva e automatica, senza l’intervento umano, più facilmente condizionabile.

L’azienda in questione, manco a dirlo, si chiama Google, il motore di ricerca che negli ultimi 20 anni è diventato il simbolo del web e l’icona dell’azienda del futuro, aperta, flessibile e multietnica. Il quartier generale della società deve gestire, ogni mese, circa centomila curricula: una mole di materiale impressionante per chiunque, ma non per menti abituate a setacciare, catalogare e offrire quotidianamente miliardi di pagine web in tutto il mondo. Forti del successo della formula di ricerca sul web, a Mountain View hanno pensato di applicare un algoritmo anche per scovare i nuovi lavoratori, non tralasciando, naturalmente, l’eccellenza. L’idea è venuta a Laszlo Bock, responsabile del personale di Google e si basa sul concetto di fiutare sì piccoli geni, ma dotati di una personalità affine ai valori e ai modi che caratterizzano la “grande G”.

Nel Googleplex, la sede dell’azienda, fino a ieri entravano solo laureati col massimo dei voti, preferibilmente con in tasca anche un master. Bock ha scelto di andare in direzione contraria, sottoponendo tutti i dipendenti, con almeno cinque mesi di anzianità, a un questionario fiume, composto non solo da domande sulle competenze lavorative ma anche sul comportamento e sulla personalità. Le risposte dei lavoratori sono state incrociate con una serie di 25 parametri riguardanti il loro rendimento in azienda. In base alle risposte fornite dal candidato, l’algoritmo creato dai matematici dell’azienda calcola un punteggio che spazia da 1 a 100. Ne è uscito che quella per la formazione universitaria dei futuri dipendenti è una mera ossessione, non sempre veritiera e funzionale: “A volte – dice Todd Carlisle che ha scritto il test – troppa istruzione può essere controproducente nel lavoro”. E così per far parte del mondo di Google, la lode accademica, i master, il dottorato da indispensabili sono diventati non necessari. Anche perché, come l’esperienza quotidiana dimostra, non sempre il migliore sui banchi scolastici lo è anche dietro la scrivania di un’azienda. (Panorama)

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