Il mondo del giornalismo visto da Severgnini

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Invio le domande e dopo mezz’ora circa ricevo un’email con l’oggetto: “Ecco qui. Sono o non sono un razzo?” Dentro c’erano le risposte di Beppe Severgnini, una delle menti più rapide del giornalismo italiano.

Ha mai pensato di scrivere un libro, in stile Severgnini, per chi vuole fare il giornalista?

Un libro? Francamente, no. Tuttavia, nel mio forum “Italians” (in pista dal 1998!), rispondo spesso su questo argomento. Sempre con una certa malinconia, devo dire. Perché il mercato italiano è saturo, le pratiche arcaiche, gli egoismi molti, le ipocrisie innumerevoli. Per i giovani non è entusiasmante. Però è vero che le stesse cose – più o meno – le dicevano a me, 25 anni fa, quando ho cominciato. Eppure adesso sono qui a rispondere a voi come professionista più o meno affermato (più o meno: che dite?).

Si metta nei panni dell’aspirante giornalista di Voghera che cerca lavoro. Che suggerimenti pratici gli darebbe per evitare che la sua candidatura sia subito cestinata?

Be’, sono di Crema, e quindi è facile mettersi nei panni di un vogherese… Dunque, gli direi: non offrire solo la tua buona volontà e la tua disponibilità (che sono scontate). Offri le tue COMPETENZE (laurea utile, scuola di giornalismo, inglese ottimo), le tue INFORMAZIONI (viaggi, letture) e le tue IDEE. Di quelle c’è bisogno, in Italia: nel giornalismo, e non solo. Consiglio finale al giovane vogherese: prima di proporti, viaggia, rischia, impara, pensa. Alcuni curriculum arrivano praticamente vuoti, accompagnati da lettere piagnucolose. In quel modo, mio caro, resti a Voghera per tutta la vita.

E lei come ha mosso i primi passi?

Durante l’università (a Pavia) tenevo una rubrica sul quotidiano “La Provincia” di Cremona (ci ho messo un anno per ottenerla!). Primo pezzo: 21 gennaio 1979, avevo compiuto da poco 22 anni. Un lettore ritagliò i miei pezzi e li spedì a Montanelli: lui mi mando a chiamare, alla fine del 1980. Ogni tanto faceva di quelle cose, Indro: gli piaceva sentirsi un direttore/talent-scout (e lo era; sono meno sicuro che io fossi un talento!). Ricordo: non trovavo via Negri, sede del “Giornale”, e pioveva. Sono arrivato nel suo studio con la giacca a vento zuppa, e gliel’ho allagato. E’ stato un signore: mi ha chiesto se ero stato a sciare. Comunque è andata bene: nel 1981 bazzicavo già la redazione, e nel 1984 ero a Londra come corrispondente.

I suoi libri mettono spesso in confronto l’Italia col resto del mondo. Facciamo allora un confronto tra le modalità di accesso alla professione giornalistica: c’è un paese che presenta un modello particolarmente efficace?

Forse la Gran Bretagna, dove il mercato è davvero aperto. Il posto non è garantito per legge, ma lo diventa di fatto, se sei bravo e utile. E se non vai bene in un posto, sono aperte le porte in uscita – ma anche quelle in entrata da un’altra parte. Dico subito che importare di botto questo modello in Italia è impossibile: alcuni editori ne approfitterebbero per riempire le redazioni di stagisti gratuiti e collaboratori a 5 euro al pezzo. E il pubblico – questa è la cosa che mi terrorizza – potrebbe non accorgersi della differenza.

Recentemente hanno liberalizzato molte professioni. Già che c’erano, perché non il giornalismo?

Hanno liberalizzato molte professioni? Non me n’ero accorto! Comunque: facciamolo anche col giornalismo. Aggiungo: io sono convinto che un Ordine Professionale, se fa il suo mestiere, può ancora essere utile. Se invece serve solo per difendere privilegi corporativi o dare un po’ di lavoro a colleghi pensionati, no.

Giornalismo e web. Le redazioni online di quotidiani e riviste accrescono i posti disponibili o sono semplicemente repliche delle redazioni cartacee?

Repliche? Ma quando mai. Il Corriere.it – che conosco bene, ed è il mio porto d’approdo quando arrivo in via Solferino – è un posto vitale, pieno di ragazze e ragazzi svegli. Molti sono già passati con successo al “Corriere” di carta (penso a Stefano Montefiori, Davide Frattini, Giusy Fasano). Altri, come Marco Pratellesi (il capo), restano, perché amano questo tipo di giornalismo in presa diretta, più veloce anche di radio e TV. Il problema è: se i giornali online diventano troppo bravi, chi comprerà i giornali di carta, tra due/tre anni? A meno che i giornali di carta cambino: in parte, devo dire, lo stanno già facendo.

Riepilogando, quali i consigli in pillole suggerisce agli aspiranti e quali le avvertenze?

Mercato: moscio (ma avete tempo). Possibilità di impiego in Italia: variabile, con tendenza al nuvoloso. Raccomandazioni e spinte: esistono (alla lunga servono a poco, a meno che uno s’accontenti di trovare il “posto” e mettersi comodo). Però l’attitudine, la voglia, la grinta, la fatica, qualche buon incontro, la testardaggine, la lettura, l’allenamento, la fortuna, la fantasia, la lingua inglese e internet possono portare lontano. Quindi: non mollare (mai). E non accucciarsi in un’idea romantica di giornalismo che è finita nel XX secolo. Come, qual è? Pensateci, e lo sapete.

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a cura di Alberto Parigi – Ial Web

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