2006: 134 giornalisti incarcerati in tutto il mondo, uno su tre lavorava online

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Il numero di giornalisti imprigionati in tutto il mondo per la loro attività lavorativa ha continuato a crescere per il secondo anno consecutivo e, tra questi, uno su tre è un blogger o un redattore online, in base ai risultati di un’analisi a cura del Committee to Protect Journalists (CPJ). Per il 2006 il censimento annuale a cura del CPJ ha registrato 134 giornalisti imprigionati fino al primo dicembre, nove in più rispetto al 2005. In cima alla classifica dei 24 paesi responsabili ci sono la Cina, Cuba, l’Eritrea e l’Etiopia. Redattori per la carta stampata e fotografi costituiscono il gruppo più vasto con ben 67 professionisti incarcerati nel 2006, ma i giornalisti online sono un segmento in crescita, che quest’anno si è aggiudicato il secondo posto con 49 casi rilevati dal CPJ. Il primo webjournalist imprigionato risale al 1997 e da allora ogni anno ne è cresciuto il numero.

“Siamo ad un punto cruciale nella battaglia contro la libertà di stampa da parte dei paesi autoritari, che hanno fatto di Internet un obiettivo importante nel tentativo di controllare completamente l’informazione – afferma Joel Simon, direttore esecutivo del CPJ – La Cina sta cercando di falsificare l’opinione comune che Internet sia impossibile da controllare e censurare, se dovesse riuscire in questa “missione” ci potrebbero essere molte conseguenze, non solo per la rete come media, ma anche e soprattutto per la libertà di stampa in tutto il mondo”. Le accuse più frequenti per imprigionare i giornalisti sono le attività antigovernative, la sovversione o l’istigazione a questa, la diffusione di segreti di Stato e l’agire contro gli interessi del paese. L’organizzazione, però, ha riscontrato anche numerosi casi di professionisti trattenuti dalle autorità senza che sia stata specificata un’accusa o senza che vi sia stato un processo. Il 15% dei casi registrati dal CPJ, infatti, non ha avuto nemmeno la possibilità di essere giudicato in tribunale. L’Eritrea, ad esempio, trattiene i giornalisti in luoghi segreti e non fornisce informazioni sul loro stato di salute. Gli Stati Uniti hanno imprigionato due giornalisti senza un’accusa specifica e senza un processo: Bilal Hussein, fotografo della Associated Press, trattenuto in Iraq da ormai 8 mesi; e Sami al-Haj, cameraman per Al-Jazeera, imprigionato per ben 5 anni e che ora si trova a Guantanamo.

Per l’ottavo anno consecutivo la Cina è al top della classifica con 31 giornalisti imprigionati nel solo 2006. Circa il 75% di questi casi sono stati denunciati in seguito alle leggi contro lo stato; 19 di questi professionisti erano webjournalist. L’elenco cinese include anche Shi Tao, conosciuto anche a livello internazionale, in carcere con una sentenza da dieci anni per avere pubblicato online le note inviate dall’ufficio per la propaganda su come coprire l’anniversario del massacro di piazza Tiananmen. Il governo ha dichiarato tali note essere “segreto di stato”.

Dopo la Cina si trova Cuba con 24 tra reporter e scrittori dietro le sbarre nel 2006. La maggior parte di questi rifornivano di notizie approfondimenti siti web di oltreoceano, con i quali avevano contatti telefonici o via fax. Una volta pubblicati online i loro reportage venivano visti e letti in tutto il mondo, ma quasi mai a Cuba, dove il governo ha posto misure particolarmente restrittive per l’uso di Internet da parte della popolazione.

In questa triste classifica l’Eritrea è il primo tra i paesi africani con 23 giornalisti in prigione. Di questi professionisti non si riesce ad avere notizie, anche se ad agosto circolava online un report, considerato piuttosto attendibile dal CPJ, che segnalava la morte di almeno tre di questi giornalisti. Il Committee e altre organizzazioni internazionali hanno urgentemente richiesto informazioni da Asmara, ma queste sono state negate, non sono stati diffusi dettagli sulla salute degli imprigionati e nemmeno se questi siano ancora vivi. Nella vicina Etiopia sono stati incarcerati 18 giornalisti, la maggior parte dei quali per alto tradimento, condanna per cui il CPJ, a seguito delle proprie investigazioni, non è riuscito a trovare nessun fondamento. In classifica ci sono, poi, Myanmar (l’ex Birmania), che trattiene 7 giornalisti, seguito dall’Uzbekistan, che ne ha imprigionati 5; gli Stati Uniti, l’Azerbaigian e il Burundi, invece, tre l’uno.

Dall’analisi di CPJ si sono, poi, evidenziati altri dettagli interessanti, specialmente sulle motivazioni addotte dagli stati per detenere i giornalisti scomodi. Nel 10% dei casi il governo di turno ha utilizzato motivazioni apparentemente non collegate con l’attività giornalistica, come danni alla proprietà, violazioni di ogni genere, possesso di droga e associazione con estremisti. Il nesso con l’attività lavorativa, però, è stato provato caso per caso dal CPJ. Un’altra motivazione frequentemente addotta (nel 4% dei casi) è stata quella di diffondere e promuovere l’odio etnico o religioso. Il 3% dei giornalisti dello studio sono stati accusati del crimine di diffamazione, un valore in leggero declino rispetto a quanto registrato nel rapporto annuale del 2005. Un crescente numero di paesi, specialmente nell’Europa occidentale, si sta muovendo verso una decriminalizzazione per la diffamazione e l’insulto. La violazione di regole di censura ha avuto peso nel 3% dei casi. A Myanmar, ad esempio, a marzo sono stati imprigionati due giornalisti per aver fotografato e ripreso la nuova capitale Puinmana contro il volere del governo.

Il CPJ, naturalmente, è fermamente convinto che i giornalisti non dovrebbero essere incarcerati a causa del proprio lavoro. L’organizzazione ha inviato lettere a quei paesi in cui si sono verificate le detenzioni e ha mandato più richieste nel corso degli anni all’Eritrea e agli Stati Uniti affinché le forze dell’ordine indaghino i dettagli dei casi che vedono coinvolti giornalisti trattenuti senza fornire un’accusa pubblica.

Chiara Ciardelli

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