Storie di violazioni e soprusi nel mondo dell’informazione

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Storie individuali e collettive rigorosamente vere che testimoniano una realtà estremamente difficile, molto spesso triste, talvolta drammatica. È la realtà del giornalismo che cambia, di una professione che si espande vorticosamente, ma in prevalenza fuori dal sistema delle regole che la categoria si è data in decine di anni di contrattazione collettiva. Spesso, tuttavia, il problema non è nemmeno quello della mancata applicazione del contratto di riferimento (Fieg – Fnsi, Aer-Anti-Corallo per l’emittenza locale, il protocollo per i freelance, l’allegato per l’on line). La stragrande maggioranza delle colleghe e dei colleghi, giovani e meno giovani, le cui storie sono raccontate nel “Libro bianco sul lavoro nero” (a cura della FNSI, edito dal Centro di Documentazione Giornalistica) sono fuori da ogni logica di minimo rispetto di corretti rapporti tra un imprenditore ed un prestatore d’opera. Ciò che sta avvenendo da alcuni anni è la violazione sistematica di ogni regola nella maggioranza delle imprese editoriali, dalla carta stampata all’emittenza nazionale, dalle televisioni locali alle agenzie di informazione, dai siti internet ai canali tematici satellitari. Certo, è sempre un errore generalizzare ed alcune delle storie che raccontiamo parlano di precariato contrattualizzato, di rispetto delle regole, ma può essere soddisfacente per un sindacato come il nostro che rappresenta, o comunque intende rappresentare, tutti i giornalisti? Soprattutto possiamo accettare un precariato, sia pure nelle regole, che dura anni, talvolta decenni? La risposta è ovviamente negativa anche perché il concetto stesso di precariato e di lavoro nero non può che disegnare un giornalismo meno libero, più condizionato dalla volontà delle imprese e di qualche direttore compiacente rispetto agli interessi economici e commerciali di aziende che dovrebbero invece collocare al centro della logica di mercato la qualità dell’informazione. Leggerete storie purtroppo anonime, accanto ad altre nelle quali compaiono nomi e cognomi. È la conseguenza del timore diffuso tra i giornalisti per una battaglia sindacale che rischia di concludersi con la semplice cancellazione con un tratto di penna del nome dei giornalisti precari dagli organici complessivi delle testate. Il Sindacato dei Giornalisti riprende oggi la battaglia per le regole, che non può non essere intrecciata a quella per al qualità dell’informazione. Se qualcuno vuole leggervi una contraddizione con i nostri comportamenti recenti, con le firme dei contratti, sbaglia di grosso. Comprendere che il mondo cambia, che il nostro mestiere si va allargando a macchia d’olio, adeguare di conseguenza gli strumenti contrattuali non significa cancellare la volontà dei giornalisti e del loro Sindacato di continuare a battersi per dare dignità a tutte le colleghe e a tutti i colleghi. Un passo importante lo abbiamo fatto con la recente vertenza contrattuale. Occorre quindi affermare le forme regolate del precariato, che da sempre costituisce il primo sentiero per l’accesso alla professione, contro il tentativo di molti imprenditori del mondo della comunicazione di prolungare in modo indefinito questo tipo di rapporti di lavoro per vendere prodotti informativi spendendo il meno possibile. Tutto ciò in un quadro generale devastato da una legge professionale che non sta più in piedi e che necessita di una radicale riforma, da realizzare d’intesa con la nuova dirigenza dell’Ordine. Si tratta di una battaglia dura, rispetto alla quale non possiamo non ricercare le alleanze possibili sul piano sociale, politico e istituzionale. Non possiamo quindi non sostenere l’elaborazione di strumenti legislativi che diano forza e esigano rispetto per il lavoro autonomo, non solo dei giornalisti. Occorre che il sistema previdenziale, l’assistenza sanitaria integrativa siano adeguati ad un mondo del lavoro che si va articolando e sviluppando fuori o a margine delle aziende. C’è però bisogno del massimo sforzo di solidarietà all’interno del giornalismo italiano: la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, le Associazioni Regionali di Stampa, l’Ordine, l’Inpgi, la Casagit, la Previdenza complementare dei giornalisti, ma soprattutto le strutture sindacali di base, i comitati di redazione, devono battersi tenacemente a sostegno di colleghe e colleghi che sono dentro il sistema dell’informazione ma non hanno la fortuna di avere un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Gli enti della categoria, ai quali va il ringraziamento del sindacato, si vanno attrezzando alle nuove forme della battaglia e la riunione del coordinamento di metà luglio ne è una testimonianza. Dobbiamo riuscire a difendere gli interessi dei nostri rappresentati, dei 11.500 giornalisti con un contratto di lavoro art. 1, e nello stesso tempo ampliare il fronte delle tutele per chi da anni lavora in regime di precariato, sia pure con qualche regola, e chi un rapporto di lavoro, per quanto labile, lo vede come un miraggio. Non si tratta, voglio uscire dalla tentazione di utilizzare frasi ad effetto, di trasformarci noi sindacalisti in tanti Robin Hood; non si tratta di togliere ai ricchi per dare ai poveri. Dobbiamo tutti insieme difendere il sistema di regole e riuscire a trovare la strada perché tutti ne facciano parte. (Prefazione a cura di Paolo Serventi Longhi)

Link: http://www.agendadelgiornalista.it/scheda.asp?id=214

Link audio interventi: http://www.radioradicale.it/schede/view/id=212926 

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