I dossier di Penne Digitali: passato e presente della free press

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metrocityleggo“Perché la mattina dovrei comprare il giornale? Nel breve percorso da casa fino al chiosco dell’edicola, con la sua offerta variopinta in bella mostra giusto a un passo dai tornelli della metropolitana, mi viene gentilmente messa in mano una quantità esponenziale di carta stampata di tutti i tipi. Politica, cronaca locale e nazionale, economia, spettacoli e sport. Trovo tutto quello che voglio sapere e che corrisponde ai miei interessi in un taglio che mi piace, comodo e immediato: avete mai provato a leggere il Corriere della Sera tra una fermata e l’altra, mentre il treno sfreccia sottoterra e intorno si hanno dalle sei alle sette persone spazientite che spingono? Il quotidiano gratuito è maneggevole e se lo piego o si rovina non mi sento in colpa. Quando arrivo a destinazione, poi, lo butto nel contenitore per la raccolta differenziata e faccio pure un favore all’ambiente. Da un po’ lo trovo anche al bar o quando vado a fare la spesa…”.

Questo immaginario flusso di pensieri del tutto spontaneo e incontrollato contiene in nuce una grossa verità e riassume i punti di forza sui quali ha fatto leva la free press per prendere piede con decisione negli ultimi anni anche in Italia. Partito come un mercato di nicchia, il fenomeno dei quotidiani gratuiti ha lentamente ampliato la sua offerta diversificandosi e radicandosi nel territorio: Metro è stato l’antesignano, seguito al piccolo trotto da Leggo e City. L’impronta dell’innovazione e della sperimentazione è stata sicuramente presente, ma non bisogna dimenticarsi che due fattori importanti sussistevano a monte per consentire e consigliare tale investimento: l’ottimo successo conseguito da esperienze analoghe all’estero e le realtà editoriali promotrici dell’iniziativa, gruppi solidi come Rcs o Caltagirone che, oltre a potersi permettere il rischio d’impresa senza patemi, potevano contare su concessionarie di pubblicità con una buona rete di clienti cui proporre gli spazi. Questa free press di prima generazione, amata soprattutto da un pubblico femminile e di under 35, implica la promessa di valore di un’informazione rapida e completa, che spesso utilizza integralmente i flash di agenzia elaborandoli in maniera abbozzata. Di contorno ci sono rubriche di approfondimento e di servizio (come quella di Metro dedicata alla viabilità), lettere dei lettori, fondi di personaggi più o meno noti, un elenco completo dei programmi televisivi e le previsioni del tempo. Un vero e proprio giornale in piccola scala, con il pregio di non costare un centesimo, ma con il difetto palese (che per tutti non è tale) di un’essenzialità a volte esasperata. Argomenti cui le testate tradizionali dedicano un’apertura, un appoggio e magari un commento, vengono liquidati spesso in poche righe strettamente cronacistiche, finendo per sminuire la portata del fenomeno e per trasformare la notizia in un flusso “mordi e fuggi” da consumare in quanto tale e non per il suo significato più esteso, privandolo anche della sua dimensione diacronica.Per ovviare a questa situazione è intervenuta una free press di seconda generazione, che ha corretto decisamente il tiro rispetto alla precedente. La cordata E Polis è senza dubbio l’esponente maggiore: sessantaquattro pagine quotidiane in quindici (almeno per ora) differenti edizioni locali, articoli lunghi e servizi, focus su due pagine e un rivoluzionario modo di preparare il giornale e di distribuirlo. Niente da invidiare a un vero quotidiano insomma, anzi con anche qualche punto di forza in più: 120 giornalisti assunti e una vasta rete di collaboratori che lavorano direttamente da casa senza necessità di essere presenti fisicamente in redazione e un unico direttore che coordina tutto il lavoro. Esiste una diffusione in edicola, ma è del tutto trascurabile (meno di 10.000 copie a 50 centesimi su una tiratura complessiva di 730.000): il resto viene smistato tra stazioni, fermate dell’autobus, bar, ristoranti, negozi al dettaglio e alle undici del mattino il giornale è già andato esaurito. La possibilità di rubare spazio e lettori ai quotidiani a pagamento è qui seria e realistica. In un articolo pubblicato ad agosto, l’autorevole settimanale britannico The Economist ha preconizzato l’imminente estinzione dell’editoria cartacea tradizionale, condannata a un inesorabile canto del cigno che culminerà con la totale estinzione del supporto nell’anno 2043. Al di là delle tinte fosche, è un sollievo che al momento non la pensino così i quasi sei milioni di italiani e la buona fetta di giovani dai 18 ai 24 anni che continuano ad accostarsi con entusiasmo ai tradizionali canali di stampa a pagamento assicurandole implicitamente la sopravvivenza: se la free press dovesse continuare ad affinarsi e a crescere sia in quantità che in qualità, includendo il peso promettente dell’informazione multimediale, il rischio che tra una trentina d’anni l’edicola vicino la metropolitana di cui sopra si trovi costretta a chiudere i battenti non è da escludere a priori.  Marco Morello

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