Così chiudono i buchi della rete

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censuraChi esprime il dissenso politico su internet viene censurato. O, peggio, incarcerato. Chi visita siti di controinformazione viene pesantemente represso. A volte, chi vuole semplicemente accedere alla rete viene bloccato: questa è la realtà in tredici Paesi del mondo, secondo il recente rapporto di Reporters sans frontières “Internet sotto sorveglianza”. Dall’Asia, all’Africa, dall’America all’Europa, la repressione non ha confini. Dilaga nei regimi militari, come nelle repubbliche. Negli Stati comunisti, come in quelli filo-americani.

Il caso più noto è quello della Cina, che controlla tutte le attività on line attraverso i più evoluti filtri disponibili. Costringendo i blogger all’auto-censura. Quando ciò non basta, le società che erogano i servizi internet “ripuliscono” i materiali “sporchi” con “eserciti di moderatori”. E qualora anche questa misura non fosse sufficiente, scattano gli arresti. Al momento sono in carcere in 52. La vicina Corea del Nord è il “buco nero della rete”. Qui solo alcuni funzionari pubblici possono accedere a internet. E solo tramite connessioni cinesi. Il dominio di primo livello del Paese, infatti, non è ancora stato lanciato. Il rapporto di Rsf sfata il mito della Tunisia democratica, baluardo dell’Occidente nel mondo arabo. In realtà, uno dei regimi più repressivi al mondo, con gli internet café controllati dalla polizia e i dissidenti censurati.

L’Uzbekistan, che ospita varie basi militari Usa, è il bastione della lotta al terrorismo nell’Asia centrale. Ma i suoi cittadini non possono accedere a nessun sito indipendente. Neanche a quelli delle organizzazioni non governative che criticano la violazione dei diritti umani. Stesso discorso per l’Arabia Saudita, Stato islamico, ma alleato militare e principale fornitore di petrolio degli Usa. Qui sono bloccati i siti dell’opposizione, quelli israeliani, ma anche quelli “immorali”. In miglioramento, invece, la situazione in Iran: dai venti arresti del 2005 si è passati, quest’anno, a un solo blogger dissidente in carcere. La repressione domina anche in Egitto, Siria, Turkmenistan, Vietnam, a Myanmar e arriva fino alle porte dell’Unione europea. in Bielorussia.Il rapporto di Rsf lascia aperta la domanda: “Riuscirà internet a cambiare le società illiberali o saranno queste società ad asservire la rete?”. Fino a cinque anni fa si riteneva che la politica cinese sarebbe stata rivoluzionata da questo mezzo incontrollabile. Ora, invece, “con l’aumento dell’influenza geopolitica della Cina, ci si chiede se il modello cinese, basato sulla censura e la sorveglianza, possa un giorno essere imposto al resto del mondo”. Ma se anche il terrore del dominio della Cina sul globo cadesse, le minacce alla democrazia sulla rete restrerebbero intatte. Infatti, “se Internet è la bestia nera dei regimi autoritari – spiega Rsf – anche nelle nostre vecchie democrazie le leggi antiterroristiche hanno rinforzato il controllo delle autorità sulla rete e intaccato il principio di protezione delle fonti giornalistiche”. (Gianmarco Santospirito)

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