Stage in redazione? Sì, ma solo se retribuiti

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banconoteUna buona idea realizzata male può naufragare trasformandosi in una pessima idea. È il caso dei discussi master in giornalismo, una delle attuali vie d’accesso alla professione giornalistica nel nostro Paese. I master si moltiplicano e quella qualità che avrebbe dovuto essere il fondamento della via universitaria, ha mancato l’appuntamento con la verifica. L’esame, appunto. È opinione diffusa tra i commissari d’esame, ed è in ogni modo l’opinione che io stesso ho maturato facendo questa esperienza, che i candidati provenienti dai master non siano, alla prova dei fatti, più preparati degli altri. Se ne incontrano di ottimi e di impreparati anche se provengono dai master. In realtà, quello che ancora oggi fa la differenza è l’ambito professionale entro il quale si è svolto il praticantato. Il resto è affidato alla casualità o alle capacità individuali di ognuno e prescinde purtroppo dalla formazione che in realtà, nel nostro Paese, naviga a vista. Una delle cause di questa mancanza è certamente la fretta con cui sono state fatte le convenzioni tra Ordine e Università.

I master sono già diciannove. E altre convenzioni sarebbero pronte per essere sottoscritte Ma c’è dell’altro. Poniamoci dalla parte degli aspiranti giornalisti: il candidato versa al master 10-12 mila euro (nel corso del biennio) per conquistare il famoso tesserino professionale. Che lo abilita a una professione ormai inflazionata. Ogni anno, infatti, sono più di mille le abilitazioni (su circa 1400 candidati nel 2005) all’albo dei professionisti a fronte di un turn-over nell’editoria pari a 225 unità nello stesso anno, secondo i dati dell’Inpgi citati da Guido Besana in un articolo uscito nel precedente numero di “Giornalisti.”. Il titolo quindi è già svalutato. Se le cose andranno avanti in questo modo, nel giro di cinque anni, ci saranno altri 5000 giornalisti professionisti in cerca di lavoro. A questo punto il candidato che ha potuto accedere al master affronta i due anni di corso entro i quali si svolgono anche sei mesi di stage nelle redazioni. L’editore, grazie alle convenzioni tra Ordine e Università, ha a sua disposizione lo stagista a costo zero. E, intanto, centinaia di disoccupati-inoccupati (quasi tremila sono gli iscritti alle liste Fnsi-Fieg), e collaboratori che non possono o non vogliono affrontare la spesa del master, restano fuori della porta. A poco valgono gli incentivi messi in campo dall’Inpgi per l’assorbimento dei disoccupati (peraltro le nuove delibere sono state bloccate dalla Fieg in funzione antisindacale), le agevolazioni contrattuali, e le battaglie del sindacato sul fronte del precariato se tra Ordine,

Università e editori si istituisce una corsia preferenziale per l’utilizzo dei giovani aspiranti giornalisti a costo zero. L’effetto immediato di questo insano accordo, che purtroppo coinvolge anche chi tra i giornalisti, insegnando nel master, ha interesse all’ingresso degli studenti in redazione, è chiaramente visibile nel crollo delle sostituzioni. Le sostituzioni, che rappresentano una valvola di sfogo e un’occasione per migliaia di precari, si stanno quasi azzerando (tranne che al Corriere della Sera e al Gazzettino dove gli stage sono stati correttamente bloccati dai Comitati di redazione). Si è discusso a lungo sulle ragioni dell’utilizzo improprio degli stagisti nelle redazioni. Al di là di ogni volontarismo e velleitarismo formalista, come l’istituzione di un “tavolo della regole” con chi, invece, vuole mano libera, il vizio originario probabilmente sta proprio nelle maglie larghe delle convenzioni che lasciano spazio all’uso improprio dei giovani a partire dalla gratuità dello stage. Che è diventato una delle forme di sfruttamento dei giovani in cerca di prima occupazione. A questo punto, ci sarebbe un’unica soluzione: modificare le convenzioni in modo tale che lo stagista sia retribuito diventando a tutti gli effetti un praticante, e quindi un costo per le aziende. Tra le altre cose la formazione in azienda andrebbe estesa. In sostanza, credo che, se fosse ancora possibile, sarebbe consigliabile abbandonare la via del master a pagamento sostituendolo con un corso di laurea universitario che comprenda almeno un anno e mezzo di stage retribuito. È, certo, comunque che il master non può rappresentare, tendenzialmente, la via unica per accedere al giornalismo. E c’è da chiedersi se vale ancora la pena di spendere dodicimila euro per “comprarsi” il tesserino di giornalista professionista? (Enrico Ferri, giunta esecutiva Fnsi) 

Una Risposta to “Stage in redazione? Sì, ma solo se retribuiti”

  1. Claudio Maggiolini Says:

    Sono totalmente d’accordo con il sig. Enrico Ferri: la situazione per
    gli aspiranti giornalisti è pessima.
    I master e le scuole di giornalismo, entrambi a pagamento, stanno distorcendo i criteri d’accesso alla professione.
    Conta più il conto in banca che le reali potenzialita’ del singolo.

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