L’ultimo saluto a Gianni Rocca

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RoccaGianni Rocca, tra i fondatori di Repubblica, è morto a Roma dopo una lunga malattia. In passato è stato prima caporedattore, poi vicedirettore e condirettore fino al 1996 del quotidiano romano. E’ un addio doloroso a un padre di Repubblica: a fianco di Eugenio Scalfari, Rocca è entrato nella storia del giornalismo italiano. Messaggi di cordoglio sono stati inviati dal sindaco di Roma Veltroni e dal presidente della Regione Lazio, Marrazzo. Prima di arrivare nella vecchia sede di piazza Indipendenza, Gianni Rocca aveva lavorato all’Unità, a Paese Sera e al Giorno. Era stato iscritto al Pci, ma era andato via dopo i fatti di Ungheria. Fu giovane giornalista di una eccezionale redazione torinese dell’Unità, insieme a Paolo Spriano, Raf Vallone. A quelle pagine collaborarono anche Cesare Pavese e Italo Calvino.

La sua grande passione era la storia. Vinse molti premi letterari, fu autore di biografie e saggi bestseller: quella dedicata a Stalin, scritto ai tempi della glasnost di Gorbaciov, resta insostituibile. Il libro fu oggetto di un lungo dibattito anche in Unione Sovietica. Rocca fu un grande studioso dell’esercito italiano. In "Fucilate gli Ammiragli" ricostruì le tragiche vicende della Marina italiana nella seconda guerra mondiale. E ne "I disperati" si dedicò alla tragedia della nostra aeronautica militare.
Ma Gianni è stato soprattutto il motore del giornale, e ne accompagnò per vent’anni la crescita: dagli anni del terrorismo a quelli di Mani Pulite. Trasmetteva la sua professionalità e la sua partecipazione a tutti i settori. Amava la politica e lo sport: era un cuore granata, aveva vissuto la tragedia di Superga e la scomparsa del Grande Torino e lo ricordava come uno dei grandi dolori della sua vita.
Era nato il 21 ottobre del 1927 a Torino, città che ha continuato sempre ad amare, e dove ha mosso i primi passi della professione. Repubblica lo ricorda come un costante punto di riferimento, sempre presente al giornale, magari con i piedi sul tavolo a guardare il Tour de France in pausa pranzo. O per i suoi interventi taglienti, affettuosi ma anche duri, nel corso della riunione del mattino. Indimenticabile. (La Repubblica)

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