La denuncia di un giornalista transessuale in cerca di lavoro

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Discriminate Le discriminazioni sul lavoro ai danni di omosex e trans sono da combattere, dice il Parlamento europeo. Noi, da anni, le combattiamo a mezzo stampa. Ma è anche nelle redazioni che si consumano. Per questo pubblichiamo la lettera di un giornalista professionista che oggi, per paura, non dice il suo cognome. Ma che speriamo sarà in prima linea nella battaglia per spazzare i pregiudizi sulla transessualità dai media quando il percorso di transizione lo porterà ad uscire di casa da neo-donna, e non più da uomo. «Liberi tutti», in fondo, nasce da una battaglia simile. Fu naturale per me chiedere alla Casagit – la «mutua dei giornalisti»- l’estensione della convenzione alla mia partner. Già si faceva per le coppie di fatto etero. Ma i colleghi non furono subito pronti. E fu chiaro che c’era bisogno, non solo per chi legge i giornali, ma anche per chi li scrive di una informazione come quella che offriamo noi.

Oggi moltissimi colleghi non sono pronti a scrivere di transessualità e, dunque, a collaborare con una persona trans. Occorre prepararsi. La strada del rispetto che viene dall’Europa non può interrompersi sul confine italiano. Né, tanto meno, sul limitare del mondo dell’informazione che, per sua natura, ammette solo pochi e specialissimi confini.

Freccerosse «Cari Liberi Tutti, sono una persona trans "molto" all’inizio del suo percorso di transizione. Dallo scorso giugno vado da una psicologa. Ho scelto il nome per me: Serena. E aspetto. Deve ancora trascorrere il periodo minimo per ottenere l’auspicato via libera all’inizio della terapia ormonale. Sono giornalista professionista. Lavoro come freelance non per scelta, ma per forza. Pur avendo iniziato il percorso di transizione presso una delle associazioni più grandi in Italia, gli ultimi mesi sono passati tra mille dubbi e domande che riguardavano anche il mio destino professionale, già molto complicato adesso, essendo il mio nome iscritto da qualche anno nell’elenco disoccupati dell’Associazione Giornalisti della regione dove risiedo e in quello della Federazione nazionale della Stampa.

Alcuni dei miei amici e colleghi sanno tutto. Ho fatto coming out nel novembre scorso, scoprendo anche che uno di loro si era impegnato tempo fa per il sostegno delle associazioni delle persone trans. Posso contare sulla loro amicizia che mi fa sentire forte e vorrei tanto conquistare in un futuro un reddito solido. Ma, per me, oggi, non esiste alcun paracadute. Le collaborazioni possono sparire da un giorno all’altro con qualche scusa già adesso che sono ancora "al maschile", figuriamoci cosà potrà accadere dopo. Esistono ottime pubblicazioni a riguardo. Basta leggere il documento di Crisalide AzioneTrans sul rapporto tra la disforia di genere, cioè il nome "medico” per la transessualità, e la situazione lavorativa di chi ha un contratto da dipendente.

Ma nella libera professione la situazione è ancora più fragile. Ho una laurea, oltre quindici anni di attività nel mondo dell’informazione e il mio futuro non ha basi certe. C’è chi mi dissuade: "Vuoi cadere dalla padella nella brace?". Io sto cercando solo un senso alla mia vita. In questo periodo ragiono molto sul concetto di "fertilità". Se arriverò all’operazione, e già prima, sarò sterile, una sterilità indotta proprio dal percorso di transizione. Ma per me non è un problema. Piuttosto, penso che sarò più utile alla società, più "fertile" di pensieri, e quindi di azioni, dopo che sarò liberata da un incubo che mi condiziona da decenni. Il mondo del lavoro non deve emarginare quanti sono costretti e costrette a percorrere una strada che, già di per sé, è molto difficile. Non c’è scelta. Il mio è un percorso obbligato.

Io mi ritengo a pieno titolo parte del mondo del lavoro. Ma nel corso del lungo periodo che precede l’intervento, ci presentiamo agli altri con un nuovo aspetto – nel mio caso sarà di donna – e con i documenti al maschile, come se fossero di un altro. Come me, tutte le persone in transizione, che svolgono altre attività professionali, autonome o dipendenti, spesso si trovano a dover fare i conti con difficoltà di tipo burocratico (come non pensare al problema delle buste paga, dei bonifici, delle carte di credito che a un certo punto non vengono più accettate?) o addirittura con il mobbing. Di fronte a questa situazione cosa fa il mondo dell’informazione, il mio mondo? Spesso ragiona per pregiudizi, ponendo sempre le solite domande (basti vedere cosa accade quando si parla di disforia di genere in televisione).

Ci sono, è vero, le eccezioni. C’è la bella oasi di Liberi tutti. Ma il mondo dell’informazione è ancorato a vecchi pregiudizi e confusioni lessicali. Facile strapazzare la Patrizia del caso “Lapo Elkann”. Ma se il transessualismo entra direttamente nelle redazioni o nelle immediate adiacenze, che succede? Debutterà forse con me una "questione transessuale" (non ho notizie per quanto riguarda il nostro Paese di colleghi o colleghe trans). E poi? Alla tessera bordò dell’Ordine, quando avrò fatto l’operazione, si cambierà semplicemente foto e nome, facendo finta che sia stata persa?

E prima? Quali reazioni mi devo aspettare dagli estranei mentre sto cercando una nuova collaborazione e presento un curriculum a un ufficio personale? Io non corrisponderò a quell’estraneo che, sui documenti, dovrebbe essere riconosciuto come me stesso. A un certo punto guardi la carta di identità e vedi un triste Mattia Pascal ancora padrone della tua vita. Vorresti salutarlo senza rancore. Ma il mondo spesso fa di tutto per metterti i bastoni tra le ruote». (Fonte: l’Unità)

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