Sapere democratico: ma a che prezzo?

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Wikipedia Tutti hanno lodato le potenzialità pressoché infinite di Wikipedia, l’enciclopedia gratuita che permette a qualsiasi utente di modificare i quattro milioni  di voci in duecento differenti lingue che la compongono. Uno studio ha addirittura concluso che la sua affidabilità sia vicina a quella della molto più accreditata Britannica. Non è però tutto oro quel che luccica: recenti falle obbligano a ripensare almeno in parte le caratteristiche del modello in esame per un suo corretto utilizzo.

Prima vi raccontiamo qualche incidente. Il più grave riguarda l’ex giornalista John Seigenthaler nella cui pagina si poteva leggere che “è stato un patrocinatore diretto dell’assassinio di John Kennedy e di suo fratello Bobby”. Totalmente falsa la notizia che però è rimasta in linea per diversi mesi prima di essere denunciata dall’incredulo interessato.   

Il secondo coinvolge Adam Curry, uno dei pionieri della tecnologia del Podcasting, accusato di aver minimizzato sul sito dell’enciclopedia il ruolo dei suoi colleghi nella scoperta. Il terzo, invece, coinvolge lo stesso fondatore di Wikipedia, Jimmy Wales, autore di ben diciotto modifiche al suo profilo nonostante i divieti di operazioni di questa natura da lui stesso imposti.

Non si sono risparmiate le critiche circa l’inaffidabilità del sistema. Una soluzione, seppure parziale, comunque si intravede: la revisione sarà limitata e, per quanto possibile, controllata. Tranne rari casi, ad oggi errori gravi nelle voci non ce ne sono: le conferme sono arrivate da più parti. Con tanti paletti, però, si rischia di snaturare l’intento e lo scopo dell’enciclopedia.

Vi lasciamo con qualche quesito. Quanta responsabilità hanno i “falsificatori” che si rifugiano dietro l’incantevole scudo dell’anonimato? Come perseguirli? E soprattutto, quanto credito merita davvero Wikipedia secondo voi? 

marco.morello@pennedigitali.it

6 Risposte to “Sapere democratico: ma a che prezzo?”

  1. Domiziano Galia Says:

    Lo stesso fatto che questi casi siano emersi è una riprova della capacità della vigilanza democratica no?
    E comunque il fatto che migliaia di persone collaborino insieme per organizzare cultura, senza alcun ritorno, per spirito di conoscenza, lo trovo ammirevole e molto speranzoso.

  2. Andrea & Sayaka Says:

    Com’è noto questo modello organizzativo si basa sulla fiducia data ai redattori degli articoli. E’ ovvio che fra 1000 ci possano essere anche persone in malafede.
    la ditribuzione libera della conoscenza però può pagare un prezzo cosi basso a fronte di un sistema democratico quale è wikipedia.
    sono anche io autore di articoli di wikipedia, e sono fermamente convinto che questo modello sia vincente.

  3. Andrea & Sayaka Says:

    Com’è noto questo modello organizzativo si basa sulla fiducia data ai redattori degli articoli. E’ ovvio che fra 1000 ci possano essere anche persone in malafede.
    la ditribuzione libera della conoscenza però può pagare un prezzo cosi basso a fronte di un sistema democratico quale è wikipedia.
    sono anche io autore di articoli di wikipedia, e sono fermamente convinto che questo modello sia vincente.

  4. Marco Cavicchioli Says:

    l’anonimato in rete è spesso causa di guai seri. se è doveroso non obbligare nessuno a dover dichiarare per forza le proprie generalità (altrimenti saremmo sempre “tracciabili”), quando tuttavia qualcuno pubblica qualcosa di “serio” l’anonimato va eliminato. solo potendo perseguire eventuali reati (ovvero: chi li ha commessi) possiamo regolare l’utilizzo delle risorse del web che richiedono di attenersi a qualche codice di comportamento (come quello legato alla necessità di pubblicare SOLO notizie VERE e confermate).
    se Wikipedia seguirà questa procedura alla lettera non solo non ci saranno più in futuro molti casi di pubblicazione faziosa (o strumentale), ma diventerà ancor più attendibile della Britannica (di fatto tutti coloro che scrivono attualmente per la Britannica potrebbero anche scrivere per Wikipedia! solo che in Wikipedia ci può scrivere anche chi non lavora per la Britannica!!!).
    inoltre vorrei sottolineare una cosa: se, per esempio, agli spammer non fosse consentito l’anonimato non ci sarebbe più spam… non è cosa da poco, no?

  5. Carlo Baldi Says:

    Condivido in pieno i commenti espressi: aggiungono tutti un tassello importante al dibattito, prospettando delle soluzioni praticabili.

  6. rebecca ceretta Says:

    credo fermamente nell’anonimato internettiano, senza la possibilità di nascondersi la rete perderebbe molto del suo fascino e della sua utilità

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